Motore di ricerca del mio Blog...

Caricamento in corso...

venerdì 21 ottobre 2011

L'ebreo che era in casa Monti...

Michele Sarfatti
Ma, per quanto riguarda il capitolo della Shoah che ci tocca più da vicino, quale fu il ruolo del fascismo, della Repubblica Sociale Italiana, di Mussolini? Quell’Italia subì la decisione di quella Germania o si adeguò ad essa? E in questo secondo caso, in quale misura e con quanta volontarietà?
L'autore dell'articolo è Michele Sarfatti.

Sito dell'autore: www.michelesarfatti.it


************

 
L'EBREO CHE ERA IN CASA MONTI...

Un buco nero nell’inverno della Repubblica Sociale Italiana Come avvenne la deportazione di oltre 7.000 ebrei? In tempi di riconciliazione e di oblio, uno storico indaga.

Ci viene chiesto di riconciliarci con i vari passati el nostro paese e con gli italiani che ne furono protagonisti. La richiesta è autorevole, quindi prendiamola sul serio. Il modo migliore di far ciò, è quello di rileggere questi passati con grande attenzione.

Poiché la riconciliazione propostaci ha per oggetto coloro che morirono per Salò, occupiamoci innanzitutto di coloro che morirono sotto Salò. E chiediamoci - con buona pace di chi non crede ai giudizi su questa terra - cosa sappiamo d
queste morti e delle relative responsabilità.

ANCHE GLI ITALIANI FASCISTI? ANCHE GLI ITALIANI?
 
Tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 anche gli ebrei della penisola furono
travolti dalla Shoah. Erano italiani e stranieri, giovani e anziani, sani e malati, di sinistra e di destra. 303 furono uccisi su suolo italiano, 6.746 furono caricati
su convogli di deportazione; di questi ultimi, 830 sopravvissero e 5.916 morirono già durante il trasporto ferroviario o furono uccisi all’arrivo a Auschwitz o durante la tragica permanenza in quello o in altri campi (per questi dati e per i nomi di ciascuno vedi Liliana Picciotto Fargion, Il Libro della memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, Mursia, 1991; la stessa autrice ci avverte che le cifre e l’elenco concernono solo le vittime identificate, e non includono 900-1100 deportati dei quali non sono stati ritrovati i nomi). La responsabilità generale della Shoah ricade sul nazismo: furono quel partito, quella ideologia, quel regime a ideare, decidere e organizzare sul piano continentale lo sterminio degli ebrei d’Europa.

lunedì 17 ottobre 2011

Narrativa Italia: Gioventù cannibale.

Gioventù Cannibale
Massimo Onofri
L'articolo è stato scritto da Massimo Onofri.

************
 
Narrativa Italiana: Gioventù Cannibale - A.A.V.V.
Per capire subito in che consista questa «antologia italiana dell’orrore estremo», non
c’è di meglio che sfogliare la prefazione del curatore Daniele Brolli. Leggiamo la conclusione: "La loro scrittura è vorace e, inesausta, fagocita tutto, inghiotte pure se stessa. Ne risulta un corpo narrativo squassato, che si diffonde attraverso gli squarci, pronto a germinare nuove narrazioni prive di strutture costrittive (...). Prima ancora che raccolta di racconti, questa antologia ha l’ambizione di essere il segnale di una svolta dell’immaginario, che esce dal limbo della cultura recintato dal moralismo per appropriarsi di una lingua senza compromessi». Che cosa intendesse per moralismo, il Brolli lo aveva scritto nel suo sdegnato incipit: «Si sa che il moralismo è quella pulsione sadica che spinge chi ne è vittima a conservare i propri cadaveri negli armadi altrui».
Corpi narrativi squassati, germinazione di narrazioni (ma si badi: prive di strutture costrittive), svolte dell’immaginario, limbi della cultura rigorosamente recintati, lingue senza compromessi («storici»?), e ancora, «detriti di senso», «sangue come materia di un orrore fondamentale»: uno stile, si vede bene, che farebbe impallidire d’invidia addirittura il Céline citato in epigrafe, oltranze concettuali che tramortirebbero persino Nietzsche. Beato il Brolli, che sa e non sa, della vita, della letteratura, quel che c’è da sapere e da non sapere.
Le parole, diceva il Nanni Moretti di Palombella rossa, sono importanti. Il saggista splatter, però, preferisce usarle come pietre, e scagliarle a gragnuola contro il malcapitato lettore. Perché questo è il punto: la lingua di Brolli spaventa molto di più di quella di tali giovanotti pulp, della stessa pioggia di sangue, sperma e urina di cui ci gratificano ad ogni pagina.

Rock Songs: Be My Baby (Ronettes)

di Jeff Barry e Ellie Greenwich nella versione delle Ronettes.

mercoledì 28 settembre 2011

Il caso Ilaria Alpi / Miran Hrovatin: Sinossi

Ilaria Alpi
Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Mogadiscio, 20 marzo – La giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni".

Agenzia Ansa.

14:43 del 20 marzo 1994
Sito dell'associazione Ilaria Alpi.
Collegamento diretto all'articolo.

************

20 MARZO 1994 – A Mogadiscio, un commando somalo uccide Ilaria Alpi, inviata del Tg3 Rai, e l’operatore Miran Hrovatin, in Somalia per seguire la guerra tra fazioni che stava insanguinando il Paese africano e le operazioni militari lanciate dagli Usa con il nome
di “Restor Hope”, con l’appoggio di numerose nazioni alleate, compresa l’Italia, per porre fine alla guerra interna e ristabilire un minimo di legalità nel disastroso scenario somalo.
 

22 MARZO 1994 – La Procura di Roma apre un’inchiesta.
 
4 LUGLIO 1994 – Il padre della giornalista, Giorgio Alpi, parla di esecuzione, ricordando che la figlia, poco prima di morire, aveva intervistato il sultano di Bosaso e aveva annotato tutto su un taccuino poi scomparso.
 

9 APRILE 1995 – Il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogar, risulta tra gli indagati quale mandante del delitto. La sua posizione sarà però archiviata.

Tutte le vite di Mauro Rostagno

Mauro Rostagno
Il Fatto Quotidiano è un quotidiano a livello nazionale fondato del 2009; non ha un editore di riferimento e non usufruisce dei finanziamenti pubblici per l'editoria.
Il materiale pubblicato è coperto dalla licenza Creative Commons.

L'articolo è stato scritto da Valeria Gandus.


Questo è il link alla versione on-line della rivista.

Questo è il link diretto all’articolo.

************ 
 

Tutte le vite di Mauro Rostagno

In "Il suono di una sola mano" di Maddalena Rostagno e Andrea Gentile la storia di un uomo che è stato leader di Lotta Continua e seguace di Osho, brillante sociologo e fondatore della comunità terapeutica Saman, nonché coraggioso giornalista che ha combattuto la mafia. Il volume esce proprio mentre il processo sul suo omicidio cerca di punire quei colpevoli che mancano da 23 anni
.

Non è stato facile, per Maddalena Rostagno, scrivere questo libro. Troppo era il dolore per essere stata privata, appena quindicenne, del padre amatissimo. Troppa la rabbia per i lunghi anni passati in attesa di una giustizia che sembrava destinata a non arrivare mai.

Quando per la prima volta aveva provato a mettere nero su bianco la storia di Mauro, il leader di Lotta Continua e l’“arancione” seguace di Osho, il brillante sociologo, il fondatore della comunità terapeutica Saman, il giornalista coraggioso, quando, insomma, aveva cercato di raccontare le molte e bellissime vite dell’uomo che un giorno di settembre del 1988 fu ammazzato mentre tornava a casa, da lei, Maddalena era riuscita solo a mettere insieme un’infinità di atti e carte giudiziarie. Su quelle tante, prodigiose vite pendeva prepotentemente il sopravvento la morte, con il suo carico di dolore e di rabbia.

Poi c’è stato l’incontro con Andrea Gentile, “una persona giovane, curiosa, leggera”, e gli “scarabocchi” che Maddalena ancora tracciava per disegnare suo padre hanno preso, finalmente, la forma di racconto. Con lui, ventiseienne redattore editoriale, la trentottenne Maddalena si è lasciata andare ai ricordi, ha pescato nei cassetti della memoria luoghi ed episodi, frasi, oggetti, canzoni. E sì, anche atti giudiziari, interviste, testimonianze. E ora sono loro, insieme, a raccontare a noi Mauro Rostagno in un libro struggente ma mai patetico, documentatissimo ma mai pedante: Il suono di una sola mano (il Saggiatore).

martedì 27 settembre 2011

Opinioni: Tullio De Mauro

Test del PISA
Internazionale è un settimanale che raccoglie e pubblica articoli di riviste da tutto il mondo.
Pubblica anche autonomamente opinioni di molti scrittori, giornalisti, columnist italiani e stranieri. Questi ultimi scritti sono coperti dalla licenza Creative Commons.

L'articolo citato è stato scritto, per la sua rubrica su Internazionale, da Tullio De Mauro.

Questo è il link diretto al sito di Internazionale.
Questo è il link diretto all'articolo.

************


Oltre i muri delle scuole


Dai risultati dei recenti test del Pisa si vede che nelle scuole di pae­si in cui gli allievi in condizione di svantaggio sociale sfiorano il 60 per cento, come in Turchia o Messico, non c’è speranza di buoni risultati. Ma anche percentuali superiori al 20 per cento, come in Cile, Portogallo, Spagna, Italia, Polonia, sono un pesante handicap. Il peso dei fattori esterni alla scuola è determinante.


Giustamente in Germania la cancelliera Angela Merkel dedica attenzione anche personale all’integrazione di bambini turchi e tedeschi. La stessa attenzione ha ispirato negli Stati Uniti l’analisi di un noto giornalista economico, Robert J. Samuelson. Nella graduatoria del Pisa le scuole statunitensi con 500 punti figurano al diciassettesimo posto, poco sopra la media Ocse, lontane da Shanghai, Corea, Finlandia.

Racconti di Dante Liano: Quelle di Pinochet? Due o tre bombette

Dante Liano
La signora snocciola imperterrita la storia del palazzo, senza una sola allusione al colpo del 1973. È un po’ troppo, e cominciamo a domandare: «Ma Allende? E il colpo di Stato?». E lei, imperturbabile, minimizza: «Quello? Dos o tres bombitas, nomás!» Dal fondo del pullmino si sente la voce di uno di noi, chiara e distinta: «Stronza!». È la voce della memoria storica. La storia dell’America Latina, e non solo quella recente, è duplice e cruenta.

L'autore dell'articolo è Dante Liano.


************

QUELLE DI PINOCHET? DUE O TRE BOMBETTE

 
In America Latina il XX secolo ha visto sofferenze e massacri. Ma la storia scritta negli ambienti ufficiali non ne fa parola.

Siamo sul pullmino dell’agenzia turistica che ci porta a spasso per Santiago del Chile. La guida si è rivelata, fin dalle prime battute, una fervente ammiratrice del generale Pinochet. Il gruppo accetta sconsolato l’inevitabile visione del mondo della classe media benestante, che comprende un giro per i quartieri ricchi della capitale. Quando passiamo davanti al Palazzo della Moneda, nelle nostri menti arrivano le immagini di Allende col casco e il fucile, le nuvole di polvere, il bombardamento. La signora snocciola imperterrita la storia del palazzo, senza una sola allusione al colpo del 1973. È un po’ troppo, e cominciamo a domandare: «Ma Allende? E il colpo di Stato?». E lei, imperturbabile, minimizza: «Quello? Dos o tres bombitas, nomás!» Dal fondo del pullmino si sente la voce di uno di noi, chiara e distinta: «Stronza!». È la voce della memoria storica. La storia dell’America Latina, e non solo quella recente, è duplice e cruenta. Da una parte, scorrono le immagini della storia ufficiale, un progredire positivo verso uno sviluppo che sempre sta per arrivare. D’altra parte, c’è stata sempre la «visione dei vinti», per dirla col titolo del bel libro di Miguel León Portilla. In questo gioco di specchi s’inserisce la letteratura, una delle fonti migliori per conoscere la vera memoria dei latinoamericani. Durante secoli, la letteratura latinoamericana ha tratto la sua potenza dal raccontare ciò che effettivamente è successo nel continente. Dai «memoriali» degli indios fino alle «testimonianze» dei giorni nostri, passando per i grandi romanzieri dell’Ottocento e del Novecento. C’è una densa bibliografia sulle ribellioni popolari durante tutta la storia coloniale e repubblicana dei Paesi latinoamericani e sulle dure repressioni con cui si è risposto a esse. Non per niente il nome di Tupac Amaru risuona come quello di un simbolo. L’attuale sottomissione degli indios del Perù proviene da quella impresa del Settecento, affogata nel sangue in maniera così violenta che ancora oggi pesa sulle spalle dei discendenti degli incas. Ma se ci limitiamo al nostro secolo, ci sono tante storie da raccontare, in modo particolare le storie che non figurano e non figureranno mai nei libri confezionati dagli ambienti ufficiali. Eduardo Galeano, a cominciare dal suo classico Le vene aperte dell’America Latina (Sperling & Kupfer) e con la sua ricostruzione della storia quotidiana nelle Memorie del fuoco (Rizzoli) ha narrato le piccole vicende che sono il tessuto della storia. Una visione di ciò che non va dimenticato dell’America Latina nel XX secolo sarebbe occasione per un lungo volume. Scegliamo a caso alcuni avvenimenti. Cominciamo dalla famigerata United fruit company, la transnazionale delle banane. Le sue piantagioni si estendevano dal Guatemala alla Colombia, negli immensi territori tropicali dove aveva costruito piccoli Stati dentro gli Stati nazionali. Nei momenti di crisi, la Compagnia si servirva dei dittatori autoctoni per reprimere nel sangue le rivendicazioni dei braccianti. Nel 1928 l’Unione sindacale dei lavoratori di Magdalena, in Colombia, dichiarò lo sciopero generale. Il 7 novembre i rappresentanti sindacali furono ricevuti in modo arrogante dai dirigenti della Ufco. Il 7 dicembre l’esercito colombiano sparò contro i manifestanti congregati a La Ciénaga e uccise, secondo fonti sindacali, 1400 operai e lasciò sul campo 3 mila feriti. I morti furono accatastati nei vagoni delle ferrovie che servivano per trasportare le banane. Cosa volevano questi contadini da essere considerati così pericolosi? Che la compagnia non li pagasse con dei buoni da spendere nei negozi della stessa Ufco e, in genere, chiedevano condizioni di lavoro umane. Ovunque andò la Ufco, lasciò una scia di sangue, tutto per portare un dolce dessert nelle tavole dei nordamericani ed europei. Il massacro di La Ciénaga è raccontato da Gabriel García Márquez nel capitolo 18 di Cent’anni di solitudine (Mondadori), con una tale precisione che sembra una invenzione fantastica, mentre costituisce valida testimonianza storica della vicenda.

Rock Song: I Heard It Through The Grapevine (Marvin Gaye)

di Norman Whitfield e Barrett Strong nella versione di Marvin Gaye.

lunedì 26 settembre 2011

Rock Song: Great Fire (XTC)

da Mummer (1983) - XTC

Terzo tempo: Il sogno interrotto

PeaceReporter è un quotidiano online che tratta temi internazionali, è una agenzia di stampa e di servizi editoriali, nato da una idea dell’agenzia giornalistica Misna (Missionary Service News Agency) e della organizzazione umanitaria Emergency.

Link al sito di Peace Reporter.
Link diretto all'articolo.

L'autore dell'articolo è Christian Elia.

************
 
La nazionale ungherese degli anni Cinquanta, molto più di una squadra di calcio.
Uno dei limiti del calcio contemporaneo è quello che le squadre mancano di un undici base. Le formazioni storiche le reciti tutte d'un fiato. Segnatevi questa: Grosics, Buzanszky, Lorant, Lantos, Bozsik, Zakarias, Budaj, Kocsis, Hidegkuti, Puskas, Czibor. Allenatore mister Sebes.
La rappresentativa nazionale dell'Ungheria che dal 1949 al 1954 ''offriva asilo estetico ai cacciatori del bello'', secondo la felice definizione del giornalista sportivo italiano Roberto Beccantini.

Un esagerazione? No, per niente. Non a caso è passata alla storia come Aranycsapat, parola ungherese per 'squadra d'oro'. Un po' di numeri: tra il 1950 e il 1956 giocò 83 gare perdendone solo una. La più importante, come vedremo dopo. Ma sempre una. Un mito, che il partito comunista al potere a Budapest non vuole farsi scappare. ''La vittoria è necessaria al partito'', si sentivano ripetere i giocatori dai dirigenti politici. La squadra non si fa pregare e regala vittorie e gioco spettacolare.
"Chi sarebbe il loro capitano, il ciccione?'', chiede un improvvido Billy Wright, capitano della nazionale inglese, mentre la Aranycsapat fa il suo ingresso in campo nel 1953 a Wembley, il tempio degli inventori del calcio, a Londra. Il ciccione è Ferenc Puskas, il violino solista di un'orchestra perfetta. La 'pantera nera' Grosics tra i pali, Hidegkuti centravanti arretrato e rampa di lancio per le velocissime ali Czibor e Budaj, il 'ciccione' e il cobra Kocsis a finalizzare. Una sinfonia, che i tattici chiamano MM, dalle posizioni degli uomini in campo. Simbolo del gruppo le scarpette modificate, basse al tallone, per agevolare i colpi d'esterno. Un marchio di fabbrica.

Storie di campioni: Pat Rafter

Storie di tennis è una rubrica del sito dedicato al tennis di Marco Mazzoni.
In questo articolo si parla dello straordinario fuoriclasse australiano Pat Rafter.

Pat Rafter
L'autore dell'articolo è Marco Mazzoni.

Siti dell'autore: www.marcomazzoni.com
www.tennissuldivano.com/
Link diretto all'articolo: Pat Rafter

************

E pensare che quando lo vidi subire un umiliante 6-0 contro Agassi nel 1995 ai suoi Australian Open pensai: "Se gli australiani devono puntare su di lui per una rinascita del loro tennis …sono messi quasi peggio di noi italiani…!" Sono stato davvero un pessimo profeta, ma a quel tempo Pat era un mezzo giocatore, difficile prevedere un miglioramento così virtuoso da trasformarlo in un campione della racchetta.

Si vedeva che sotto rete era una tigre, funambolico, determinato; che il servizio era un colpo buono, su cui lavorare per elevarlo a livelli di eccellenza. Ma da fondo era un disastro, difficile vedere un giocatore così leggero ed inconsistente coi suoi groundstrokes. I suoi colpi viaggiavano insicuri, lenti, spesso imprecisi. Troppo arrotati per essere d'attacco, troppo deboli per esser insidiosi. Il fisico su cui costruire c'era, ma davvero ai miei occhi pareva avviato ad una onesta carriera di metà classifica o ricca di gloria come doppista.

Poi il cambio di rotta decisivo. Iniziò a lavorare con la supervisione "un certo" Tony Roche, spendendo le stagioni 1995 e 96 curando alcuni infortuni (già le primissime avvisaglie dei problemi alla spalla, di cui parleremo) e svolgendo un lavoro a 360°, che si concentrò molto sul mental game, in modo da far prendere a Rafter la completa fiducia nel suo tennis, e sul potenziamento fisico, visto che solo un grande atleta può reggere un tennis così aggressivo ed istintivo. E' stata una lunga strada, il lavoro non pagò subito. Nel 1997 arrivarono i frutti sperati. Rafter subì una vera metamorfosi in quei due anni di lavoro, i risultati parlano chiaro. Tuttavia tecnicamente non è mai diventato un modello, in nessun colpo. Non ha ereditato molto della tecnica classica australiana, e non ha fatto suoi i canoni del tennis arrotato post-anni 80. Ha saputo interpretare in modo assolutamente personale ogni fase di gioco, coprendo i suoi limiti e massimizzando la sua qualità principale: lo spirito di fighter unito all'istinto per il gioco offensivo.

martedì 19 aprile 2011

Ore 11, distribuzione di siringhe

Continuano ad affluire tossici come in un supermercato. Difficile trarne un identikit. Ce n’è di tutti i tipi. Dal ragazzetto con tutta la famiglia che lo aspetta in macchina, nonna compresa, sul lato opposto della strada, al quarantacinquenne meccanico in tuta da lavoro, al figlio di papà di Casal Palocco, che scende da un’auto di grossa cilindrata e si presenta con un’aria di degnazione e poi si va a bucare altrove, perché, ci spiega il medico, conserva ancora la nozione della propria superiorità sociale.

L'autore dell'articolo è Andrea Carraro.

Sito web dell'autore: www.andreacarraro.com 


************ 

Gli aghi branditi come spade, il buco fatto in fretta senza ritualità né paure ai margini di una strada o dietro a un cespuglio striminzito. Poi le urla, le garze, gli sguardi attoniti e la certezza dell’Aids che ti divora. Diario di una mattina qualunque a Ostia, insieme a un gruppo di volontari che distribuiscono parole e illusioni di igiene ai tossicodipendenti. 

Arriviamo nel luogo convenuto alle undici. Il pulmino blu è già posizionato al margine di via Carolina, poco prima che la pineta sbocchi sulla zona abitata. Stiamo per scendere quando uno degli operatori ci viene incontro pregandoci di parcheggiare più lontano. L’unità di strada «Magliana 80» oggi è composta da tre persone: un medico, uno psicologo e un operatore volontario ex tossico. «Se vedono altre macchine intorno possono insospettirsi – ci spiega quest’ultimo – pensano subito alla polizia. E poi spesso arrivano che stanno proprio a rota e allora magari frenano sgommando e se non trovano la strada libera è un guaio, vanno a sbattere dove capita… È una precauzione per voi, capite…». Carlo, l’amico che mi accompagna, comincia a parlare con il medico, Cesilio, un ragazzo calvo che prima lavorava al «Sert» di Ostia, a pochi isolati da qui.

venerdì 11 marzo 2011

Il passeggero Pavone Carlo

Non ci furono contatti nemmeno fra i ventuno scampati. Pensarono che era meglio non rivangare e vivere quel che c’era da vivere ognuno per i fatti propri. In fondo era stata una esperienza comune che ognuno aveva vissuto per conto proprio. Nessuno di loro ebbe voglia di mettere assieme una reazione civile e di combattere fino in fondo per l’accertamento della verità in un’aula di giustizia.

Carlinga aereo AZ 4118
L'autore dell'articolo è Roberto Alajmo.

************

Il 23 dicembre del 1978 un aereo cadde davanti a Punta Raisi: alcuni viaggiatori si salvarono, tra dolore e polemiche. Ecco qual è il racconto di un naufrago.

Il 22 dicembre 1978, Pavone Carlo svegliandosi vide che su Monte Mario nella notte aveva nevicato, cosa inconsueta. Aveva una prenotazione sul volo Roma-Palermo delle nove e trenta del mattino. Ma siccome la sua ragazza che doveva accompagnarlo non era puntuale e per strada c’era traffico, arrivò in ritardo all’aeroporto. Perse il volo per pochissimo. Quello prima di lui riuscì a imbarcarsi, lui no. Insistette, ma non ci fu niente da fare. Natale era vicino e non era facile trovare un altro aereo utile. La lista d’attesa si trascinò di volo in volo per tutta la giornata. Pavone Carlo un po’ lesse, un po’ fece delle telefonate, un po’ stette a bighellonare fra l’edicola e il bar.


Nel ‘78 Pavone Carlo aveva vent’anni. Da poco più di un anno aveva lasciato Palermo per frequentare la facoltà di medicina dell’Università Cattolica di Roma. Faceva sport: atletica e pallamano, soprattutto. Era un ragazzo alto, di famiglia benestante. Suo padre era un urologo piuttosto famoso. Il 22 dicembre stava tornando per passare Natale con i suoi dopo una serie di esami.

martedì 8 marzo 2011

What's The Story (Morning Glory)
Storie di R'N'R è una rubrica pubblicata sul mensile Il Mucchio.

Esamina una canzone (in inglese), la traduce e ne spiega il contenuto con racconti e aneddoti.

L'autore della rubrica è Alberto Crespi.

************

Don’t Look Back In Anger
degli Oasis (da What's The Story - Morning Glory, 1995)

Non so quanti lettori del Mucchio amino gli Oasis. Non li amo neanch’io, ma con due distinguo: credo che i primi due album, Definitely Maybe e What's The Story Morning Glory, siano tra le più brillanti raccolte di 45 giri nella storia del pop inglese; e so, per averlo intervistato una decina d'anni fa, che Noel Gallagher non è solo un ottimo songwriter ma è pure un signore con un cervello, anche se troppo spesso si è lasciato travolgere dalle sciocchezze del fratello minore Liam e dall'infernale meccanismo promozionale della stampa britannica. Tra l'altro, proprio quell'intervista mi spinge a dedicare una di queste "storie di rock'n'roll" al testo di Don't Look Back In Anger, una delle canzoni più amate di What's the Story. In quell'occasione, chiesi a Noel se per il titolo si era ispirato al dramma di John Osborne Look Back to Anger e lui, pur dimostrando di aver capito dove volessi arrivare, mi rispose: "No, quando ho scritto la canzone stavo pensando piuttosto a John Lenron". Ammetto che la risposta mi spiazzò (non ho sufficiente orecchio per sapere che la canzone sarebbe costruita sugli stessi accordi di Imagine: è un dato che lascio ai musicologi e agli avvocati). Più tardi, riflettendoci, feci due più due e giunsi alla conclusione che Osborne e Lennon stavano benissimo nella stessa canzone. E oggi, a un decennio da quell'intervista, parlare di Don't Look Back in Anger è un modo per rendere omaggio a due grandi inglesi, entrambi più grandi degli Oasis - ma che possiamo accostare grazie a loro, e non è merito da poco.
Partiamo da John Osborne perché di John Lennon dovremmo/dovreste sapere tutto. Osborne (1929-1994) è stato uno dei più importanti drammaturghi inglesi del dopoguerra. Il suo testo più famoso, andato in scena al Royal Court Theatre di Londra nel 1956, è appunto Look Back In Anger, che in italiano è tradotto Ricorda con rabbia (per questo nella traduzione del testo sono ricorso al verbo "ricordare", che non restituisce al 100 percento il significato di "to look back" che è soprattutto "guardare indietro, guardare al passato"). Attenzione alla data: 1956, XX Congresso del Pcus, invasione sovietica di Budapest, crisi di Suez (e conseguente, definitiva implosione dell'Impero britannico). Un anno assolutamente non qualsiasi, che in Gran Bretagna significa anche Teddy Boys, Mods & Rockers, Giovani Arrabbiati (Osborne è uno degli autori che scrivono il manifesto degli Angry Young Men), Free Cinema (Tony Richardson, uno dei registi di quel movimento, firma la regia teatrale di Look Back In Anger) e la sensazione forte che il mondo stia per esplodere. Il dramma ebbe un successo travolgente: portava sui palcoscenici londinesi (e da lì, ben presto, nei cinema) la working class, la classe lavoratrice, la sua rabbia, il suo inglese sporco e gutturale, la sua vita disagiata e violenta. Il titolo divenne proverbiale ed è assolutamente impossibile che Noel Gallagher non ci abbia pensato nel momento di scrivere la canzone. Osborne aveva creato, con il suo protagonista Jimmy Porter, il primo working class hero, una tipologia umana alla quale John Lennon avrebbe dedicato una bellissima canzone e alla quale i fratelli Gallagher, nati in un poverissimo sobborgo di Manchester, appartengono indiscutibilmente.